Intervista a Paolo di Paolo

Incontro 21 gennaio 2020

Dopo aver letto il suo libro, noi alunni ci siamo chiesti il perché della pagina nera alla fine della parte che ha intitolato “Lontano”: qual è il suo significato?

La pagina nera è come un’interruzione, una cesura che permette alla voce narrante di cambiare prospettiva, di passare dalla terza persona alla prima. Ma è anche, o soprattutto, una pagina su cui è impossibile scrivere: nel senso sia concreto sia metaforico. Tutti abbiamo una pagina nera su cui è difficile scrivere. Ha quel valore. E in fondo però la pagina bianca che segue è il segno che si può andare oltre.

Come mai ha scelto il titolo “Lontano dagli occhi” per il suo libro? Lo ha scelto dopo aver scritto il romanzo o è stato piuttosto il concetto stesso a ispirare le tre storie che ha scritto?

 E’ arrivato mentre ragionavo sul romanzo. Ho pensato, prima ancora che alla canzone, alla frase idiomatica “lontano dagli occhi / lontano dal cuore”. Sono convinto che sia vera fino a un certo punto: spesso ciò che più ci occupa o ci preoccupa nella vita non è a portata di sguardo. E l’assenza è, come ha scritto un grande poeta, Attilio Bertolucci, a volte una forma più acuta di presenza.

Quali sono le ragioni che l’hanno spinta a scrivere questo libro?

Credo si trattasse di chiudere un cerchio aperto con un altro libro, “Raccontami la notte in cui sono nato”. A volte si comincia un discorso ma bisogna aspettare anni e altre esperienze per chiuderlo. Questo ragionamento sulle origini è stato per me molto articolato, e “Lontano dagli occhi” è un punto di arrivo, e di pacificazione.

Alla fine della sezione “Lontano” paragona il neonato trovato nel cassonetto ad ET, l’alieno trovato nel giardino dopo essere stato “sputato dalla navicella spaziale”. Come mai ha scelto questa immagine? I libri e i film di fantascienza hanno avuto un ruolo importante nella sua formazione?

Se ci pensate, quando nasciamo siamo tutti un po’ alieni. Chi ci prende fra le braccia la prima volta non sa bene come maneggiarci, non capisce il nostro linguaggio, fatto di pianti, di suoni gutturali. Deve, come accade per l’extraterrestre del film, accettarci e accudirci. Non sono un grande lettore di fantascienza, ma alcuni autori sia letterari (penso a Bradbury) sia cinematografici (penso al Kubrick di 2001 Odissea nello spazio) mi hanno sicuramente segnato.

La prima frase nella sezione “Vita 2” è una confessione importante: “L’alieno ero io”. E’ stato difficile per lei decidere di pubblicare un romanzo che svela un’informazione così delicata della sua storia personale o era deciso fin da subito a scrivere questo libro? 

Era necessario non nascondersi troppo, per dare forza alla storia. Anche se il lettore può restare con il dubbio: è davvero l’autore? Ed è bene anche questo, perché un romanzo resta comunque – anche quando attinge al vissuto – un’opera di rielaborazione creativa, di “finzione”.

A cura di Federica Bonsignore 4E L.

PARLANDO DI DINO BUZZATI

Il 19 febbraio 2020, presso il teatro “Bolognini” di Pistoia, si è tenuto un incontro con lo scrittore Diego De Silva. Durante la conferenza, ha introdotto ai presenti la figura di Dino Buzzati, uno dei maggiori esponenti della letteratura italiana del ‘900. Tra i suoi libri di maggior successo spiccano: “Il deserto dei tartari” e “Un amore”. “Il deserto dei tartari” narra la storia di un militare che per tutta la sua vita ha atteso l’arrivo dei tartari, vivendo in uno stato d’angoscia. Questo libro, come tutti quelli scritti da Buzzati, mette in evidenza l’aspetto pessimistico della vita. Infatti, il protagonista non vedrà mai l’arrivo dei tartari a causa della sua morte. Questa opportunità mancata esprime metaforicamente il fallimento di una vita. Per quanto riguarda “Un amore”, invece, è un libro che non ha struttura poiché utilizza una lingua profondamente anarchica e intere pagine sono scritte senza punteggiatura. Parla di un amore violentissimo tra un architetto e una prostituta. I due appartengono a due mondi diversi: lei, conduce una vita frenetica, fuori dalle regole, mentre lui non è avvezzo a tutto ciò. L’amore è visto come una sorta di malattia, poiché più lui si avvicina, più lei si allontana, non ricambiando il sentimento. Il protagonista soffre non solo perché non è sincero con lei ma tanto meno con se stesso, infatti, c’è un’incomprensibilità del linguaggio in quanto lui non esprime chiaramente i suoi sentimenti ma decide di comprarli e lei, di conseguenza, lo usa. Per questa ragione, il loro è un amore comprato poichè è carnale e non sfocia nel sentimento. Diego De Silva ha esposto il suo punto di vista affermando che l’amore può essere l’esperienza più bella del mondo o la più distruttiva e che è necessario imparare a dubitare dato che non esistono certezze. Inoltre, analizzando il titolo, l’articolo indeterminativo “un” mette in rilievo il fatto che le esperienze siano uniche e rappresentative di se stesse. Diego De Silva paroga le opere di Dino Buzzati a due capisaldi della letteratura europea: Kafka e Joyce. Alla struttura chiara e comprensibile del “Deserto dei tartari” si contrappone la volontà dell’autore tedesco Kafka di rimanere incompreso e oscuro ai lettori. Un secondo paragone viene realizzato con lo scrittore inglese Joyce, duvuto al fatto della mancanza di punteggiatura. Dino Buzzati prova in “Un amore” a riprodurre la tecnica del flusso di conscienza che Joyce usa nel suo libro. La conferenza si è conclusa con una frase significativa da parte dell’autore, che ha suscitato grandi emozioni nei ragazzi: “noi camminiamo nella nebbia e dobbiamo muoverci secondo la visibilità.”  

 

conferenza drdv  

Paolo Di Paolo su Elsa Morante – Scoprire di essere amati

Elsa Morante: scoprire di essere amati

Durante l’incontro del 22 Gennaio 2020 Paolo di Paolo ha introdotto la figura di Elsa Morante, riferendosi in particolare ai romanzi e alle vicende più importanti della vita della scrittrice, utili a delineare la sua evoluzione letteraria.

Egli afferma che la Morante è l’unica scrittrice donna la cui fama e autorevolezza sono state pari o addirittura superiori rispetto a molti altri autori coetanei o più anziani del ‘900; con ciò, intende sottolineare la sua grande forza d’animo, in quanto è stata capace di affermarsi come autrice di rilievo nonostante le difficoltà che un mondo, da lui definito misogino, presentava. Elsa Morante stessa non ha mai tollerato di essere denominata in declinazione femminile per ciò che riguardava la sua professione, poiché ciò avrebbe potuto gravare sulla sua importanza rispetto alla controparte maschile.

Nasce a Roma da una famiglia sotto-borghese, quasi proletaria: per cui la casa in cui è cresciuta era sostanzialmente priva di libri, nonostante la madre fosse una maestra. Per entrare nel mondo della scrittura, Elsa compì la tipica trafila novecentesca: iniziò ad inviare già da adolescente delle lettere ai giornali, proponendosi come autrice di racconti, che inizialmente pubblicò sul Corriere dei Piccoli.

Paolo di Paolo ha raccontato che la Morante prima di iniziare la stesura di un romanzo scriveva una lista di parole, aggettivi e sostantivi, che colpivano anche per la tessitura visiva che presentavano: infatti, queste liste erano caratterizzate da alternanze di colori. Lei, dice di Paolo, impiegava questo tipo di procedimento in modo da entrare in una dimensione di rapporto intimo con il linguaggio, per poi collocare in modo sparso i termini all’interno dell’opera. Scrivere un romanzo era per lei come l’atto definitivo della sua carriera.

Ancora oggi è impossibile capire i suoi riferimenti letterari: Paolo di Palo afferma che Elsa Morante è l’unica scrittrice che non ha modelli antecedenti ai quali si ispira. Al contrario di altri autori, come per esempio il marito  Alberto Moravia, che scrivevano regolarmente ogni giorno bozze o pagine di romanzi, lei veniva presa da una sorta di sovreccitazione della mente, per la quale si chiudeva in casa e scriveva furiosamente a volte addirittura per anni, uscendone estenuata. Questa procedura è interpretata da di Paolo come una vocazione di poeta, però prestato alla narrativa; questo portava a una distinzione radicale della trama  e ad una discontinuità di pubblicazione che ha caratterizzato i suoi unici quattro romanzi.

Una frase molto interessante di Elsa Morante è la seguente: << I miei lettori devono ancora nascere. >> ; con questa affermazione, intendeva assolutizzare la sua vocazione, proiettandosi su un orizzonte postumo. Infatti, la Morante aveva la percezione che la comprensione assoluta delle sue opere non fosse nelle possibilità del pubblico a lei contemporaneo, ma a lei postumo. Quella che lei fa è un’affermazione estremizzata, come se la sua letteratura fosse un gesto estremista di una persona che chiede al mondo un’attenzione impossibile che non è dato ricevere fino in fondo. La sua vita è sempre stata caratterizzata da un senso di incomprensione e incompletezza, che l’ha portata ad essere una persona negletta, reietta.

Come anche testimoniato dall’amico Pasolini, era una donna difficile, che pretendeva dagli altri qualcosa che non erano in grado di darle: era difficile avere un rapporto di costanza affettiva con lei, tali erano i suoi sbalzi d’umore e le pretese quasi tiranniche in un rapporto anche di amicizia.

Il primo romanzo che pubblica Elsa Morante è intitolato “Menzogna e sortilegio”, ed è un romanzo familiare, che racconta appunto la storia di una famiglia articolata, caratterizzata dall’intreccio psicologico dei personaggi: un’analisi approfondita mediata da una figlia adottiva per scoprire quanta menzogna e quanto sortilegio vi siano all’interno di qualsiasi famiglia. Esso viene considerato un romanzo “controtempo”, inattuale: un fiore raro ed eccentrico ma anacronistico. È un romanzo che si avvicina alla corrente ottocentesca che ha caratterizzato i romanzi di un Balzac o di una Jane Austen e di altri autori di quel periodo; per questo, viene criticata leggermente nel Novecento, nonostante la sua scrittura venga molto apprezzata.

Il suo romanzo più celebre è “L’Isola di Arturo”, uscito nel 1957, ed è completamente differente dal primo. La trama tratta di un ragazzo adolescente durante un’estate sull’isola di Procida, sulle coste campane, in cui l’ambientazione appare come fuori dal tempo. Il punto più rilevante è la trasformazione di Arturo da bambino ad adolescente; il padre Wilhelm è spesso assente per lavoro, ma Arturo lo ama e lo sente come modello perfetto da seguire e idolatrare, sebbene con un’ombra minacciosa e oscura. La comparsa della compagna del padre è la svolta che fa iniziare il travaglio interiore di Arturo: l’assenza della madre biologica (e quindi del suo amore), incidono particolarmente su di lui, il quale trova appunto in Nunziatella prima un sostituto all’amore paterno, per poi iniziare a provare un desiderio quasi incestuoso nei confronti della matrigna. Arturo è cresciuto, non è più un bambino: pulsa in lui un nuovo sentimento di portata troppo grande per il suo fragile cuore. Avviene addirittura un bacio tra i due, ed è in questo momento che Arturo prova concretamente cosa sia il rifiuto, il non essere amati, perché Nunziatella lo ama come figlio, ma non di più. Il giovane protagonista, amareggiato e affranto da questa verità indissolubile, decide di lasciare l’isola, senza mai voltarsi per rivederla, ma in un nuovo corpo, adesso adulto e con nuovi occhi, forse improntati a nuove sofferenze. L’amare non implica l’essere amati.

Scoprire di essere amati perché è la verità che Arturo conquista durante la sua crescita all’interno del romanzo; la consapevolezza di essere oggetto di desiderio di qualcun altro porta ad un cambiamento radicale che fa scattare una visione diverse del mondo e della visione delle cose. Nonostante ciò il punto cruciale di tutti i suoi libri non è la consapevolezza di essere amati; la tragedia è scoprire di non essere amati, ed è ciò che fa la differenza nella nostra esistenza. Laddove non si è amati, si è condannati: è sovversivo l’amore che si riceve o non si riceve dagli altri, non quello che noi proviamo.

Nel 1968 Elsa Morante pubblica “La Storia”: un libro totalmente diverso dai precedenti, un libro considerato dalla critica quasi militante, nonostante lei non fosse mai stata una scrittrice engagée, ovvero impegnata politicamente. Elsa pubblica questo romanzo totalmente anacronistico rispetto al tempo in cui esce, cioè il 1974, poiché ambientato nel periodo della Seconda Guerra Mondialee  quindi distante dagli anni ’70, caratterizzati dalla lotta armata, dal terrorismo e dalle Brigate Rosse: i cosiddetti Anni di Piombo dell’Italia. Nonostante fosse considerata un’opera militante, il romanzo alimentò una imponente polemica tra gli scrittori e gli intellettuali italiani, anche se la Morante voleva solo rappresentare la storia dell’uomo (“uno scandalo che dura da diecimila anni” è il sottotitolo di questo romanzo) come una tragedia da cui non ci si salva, che si abbatte sugli umili e non prevede redenzione. Secondo la morante, lo scrittore deve calarsi in quel mondo e dare voce a chi non ha voce, raccontare le vicende come se incarnasse visivamente la nemesi della storia.

Pubblica il suo ultimo romanzo, “Aracoeli”, durante il periodo della vecchiaia: Elsa era costantemente pervasa dal terrore dell’invecchiamento, infatti vive questa parte della sua vita in modo totalmente pessimistico, in modo solitario e tentando due volte il suicidio. “Aracoeli” è considerato un altro romanzo controtempo: viene pubblicato nei primi anni ‘80, considerato tempo di speranza, nel quale però la libertà guadagnata esplodeva e precipitava nelle ombre dell’AIDS e dell’eroina; il romanzo presenta un tono cupo e profondo, marchiato dalla sofferenza radicale del protagonista. Egli è omosessuale e si sente reietto, come se fosse stato sputato fuori dalla felicità altrui; crede perciò che l’unico luogo sicuro sarebbe la pancia di sua madre, che oramai è morta, e vede come unica salvezza il non essere al mondo: vorrebbe non essere mai stato partorito. Si tratta di un libro modernissimo, un’interrogazione dell’esistente in base alla quantità di amore che il protagonista riceve, che purtroppo è insufficiente e che lo condanna a cercarlo costantemente, senza però trovare pace.

In conclusione, il punto più interessante della carriera narrativa di Elsa Morante è l’originalità delle sue opere, tra le quali scorre un filo, sottile ma robusto, ovvero la quête di un amore, talora disperata e spesso inconclusa. Ma il suo obiettivo principale era quello di dimostrare alla società ancora di tipo patriarcale che l’universo femminile potesse esistere al pari di quello maschile nel mondo della fama e della riverenza, nell’armonia sociale e letteraria.

 

Pelliti ci racconta Zavattini

La mattina di Venerdì 22 Novembre 2019  si è tenuto un incontro con il critico letterario Matteo Pelliti presso il Saloncino della Musica, rivolto agli studenti degli istituti superiori di Pistoia. L’incontro si è sviluppato attorno alla figura di Cesare Zavattini, scrittore e sceneggiatore emiliano esponente del neorealismo: una corrente letteraria affermatasi in Italia attorno agli anni ’40,  i cui temi principali riguardano gli avvenimenti legati alla Seconda Guerra Mondiale.

Dopo aver fatto un rapido excursus della vita dell’autore, Pelliti ha analizzato le tematiche trattate nelle opere di Zavattini, soffermandosi sul suo primo romanzetto “Parliamo tanto di me”, pubblicato nel 1931. Il libro ha riscosso un grande successo grazie alla sua originalità, infatti Zavattini cerca di raccontare la realtà in modo surreale, non facendone una trasposizione fedele ma mettendo un pizzico di fantasia nell’evidenziarne i principi cardine. Utilizzando questo “realismo fantasy” e una punta di umorismo, Zavattini segue e racconta le storie di ogni singolo individuo, in quanto ognuna di esse contiene una sua propria “ricchezza”.

Un altro dei suoi più grandi successi letterari è la raccolta di racconti intitolata “Io sono il Diavolo”, in cui si percepisce una sorta di violenza latente che lascia trasparire la fatica e l’angoscia dovute alla Seconda Guerra Mondiale.

Nel 1934  Zavattini fa il suo esordio nel  mondo del cinema; successivamente conosce il regista Vittorio De Sica, con il quale collabora alla realizzazione di alcuni celebri film, tra cui “Miracolo a Milano” e “Ladri di biciclette”. Nelle sue opere cinematografiche Zavattini riprende alcuni dei personaggi e delle tematiche utilizzati nei suoi libri: ancora una volta si concentra sulla storia di ogni singolo uomo, ingaggiando persone comuni affinché la recitazione sia il più possibile aderente  alla realtà. Spesso propone film dai toni disperati che rispecchiano la condizione dell’Italia dopo la Guerra, e interamente giocati sull’umanità e i rapporti tra gli uomini.

Al termine dell’incontro, il critico Matteo Pelliti ci ha rivelato la sua ammirazione per l’autore emiliano, considerandolo un’eredità, vista la sua sensibilità verso la realtà che lo circonda. Parlando di sé, inoltre, si è definito un dilettante in tutto ciò che fa, poiché trova divertimento nello svolgere la sua professione.

   

 

Svevo, Moravia e il desiderio

La mattina di martedì 8 ottobre si è tenuto un incontro con il critico letterario Matteo Marchesini, rivolto agli studenti degli istituti superiori della città di Pistoia. L’incontro “Svevo, Moravia e il desiderio” verteva sul tema del desiderio, analizzato principalmente attraverso le opere dei due narratori Italo Svevo e Alberto Moravia, che del desiderio hanno fornito nelle loro opere interpretazioni differenti. 

Italo Svevo interpreta il desiderio come un’ambizione, un’aspirazione a obiettivi che si dimostrano inafferrabili. In “Senilità”,il secondo romanzo dell’autore, il protagonista Emilio Brentali si innamora di Angiolina, una donna che lui crede innocente e leale, ma che con il passare del tempo si rivela falsa e volgare; nonostante ciò Emilio continua a cercarla perché ha creato nella propria mente un’idea di lei perfetta, ma utopistica. Al termine del romanzo avviene la fuga di Angiolina, che rappresenta l’idea fondamentale su cui si basa l’opera: l’inafferrabilità della realtà. Marchesini cita inoltre un autore al quale Svevo si è ispirato, Robert Musil, autore dell’opera “L’uomo senza qualità”, che introduce il tema dell’uomo colto, dotato di un ricco bagaglio di qualità umane, ma incapace di metterle in pratica per formare il proprio carattere ed adattarsi al mondo esterno. A tale romanzo si rifà la figura “dell’inetto” creata da Svevo; come Emilio che ha grandi doti ed aspirazioni letterarie, ma non è capace di impiegarle, e Zeno, il quale vuole fortemente smettere di fumare, ma trascorre l’intera vita fumando “l’ultima sigaretta”. 

A differenza di Svevo, lo scrittore alberto Moravia descrive il sentimento del desiderio come una mania ossessiva. Nella sua opera “Gli Indifferenti” Moravia descrive i personaggi principali come persone così intrappolate da illusioni e menzogne da non essere in grado di concepire la realtà oggettiva. Infatti, dopo aver cercato invano attraverso una ricerca ossessiva di inserirli nella realtà, smettono i loro tentativi e assistono passivamente ad essa semplicemente accettandola. I sentimenti di “noia” e “nausea”, come fa notare Marchesini, sono elementi che accompagnano e caratterizzano l’atteggiamento dei protagonisti. La noia è spiegata da Marchesini come una specie di inadeguatezza alla realtà, mentre la nausea, sentimento ripreso dall’autore Jean Paul Sartre, si manifesta come una perdita di significato della realtà circostante e si trasforma in insignificanza. In questo modo Moravia descrive un’umanità nullafacente caratterizzata da una profonda reticenza verso la vita. 

Foto da Fede#58Matteo Marchesini e Giuseppe Grattacaso  –  Piccolo Teatro Bolognini,  08 ottobre 2019

Biografia di Valerio Magrelli

Valerio Magrelli è nato a Roma nel 1957. Traduttore e saggista, è ordinario di Letteratura francese all’Università di Cassino. Ha pubblicato Ora serrata retinae (Feltrinelli, 1980), Nature e venature (Mondadori, 1987), Esercizi di tipologia (Mondadori, 1992). Le tre raccolte, arricchite da versi successivi, sono poi confluite nel volume Poesie (1980-1992) e altre poesie (Einaudi 1996). Sempre per Einaudi sono usciti Didascalie per la lettura di un giornale (1999) e Disturbi del sistema binario (2006). Fra i suoi lavori critici, Profilo del dada (Lucarini 1990, Laterza 2006), La casa del pensiero. Introduzione all’opera di Joseph Joubert (Pacini 1995, 2006), Vedersi vedersi. Modelli e circuiti visivi nell’opera di Paul Valéry (Einaudi 2002, L’Harmattan 2005) e Nero sonetto solubile. Dieci autori riscrivono una poesia di Baudelaire (Laterza 2010). Ha diretto per Einaudi la serie trilingue della collana «Scrittori tradotti da scrittori». Tra i suoi lavori in prosa: Nel condominio di carne (Einaudi 2003), La vicevita. Treni e viaggi in treno (Laterza 2009), Addio al calcio (Einaudi 2010), Il Sessantotto realizzato da Mediaset (Einaudi 2011), Geologia di un padre (Einaudi 2013). È fra gli autori di Scena padre (Einaudi 2013). Nel 2014 ha pubblicato per Einaudi la raccolta di poesie Il sangue amaro. Nel 2002 l’Accademia Nazionale dei Lincei gli ha attribuito il Premio Feltrinelli per la poesia italiana. Collabora alle pagine culturali di «Repubblica» e tiene una rubrica sul blog il Reportage.

Translation into English of the interview with Alessandro Ceni

How do you explain the choice of the title “Ulysses”?
The title of the novel is an obvious reference to the ultimate western hero, Homer’s Ulysses. However the protagonist in far from the classic hero: he is the symbol of the modern man, locked in his insecurities. Therefore, Joyce catches the real human essence, in all of its shades, with a peculiar regard to daily life.
Meanwhile, author’s stylistic choices, alternation between what is comic and what is dramatic, make up a sort of Odissey of languages, which mostly underlines that heroic feeling that lies in what is generally seen as non-heroic: the ordinary existence .

Does being a poet committed to translation have an influence on his work?
We, poets, have an edge over translators because we are able to grasp the shades, the rhythm and musicality of a piece of literature more easily . This refined sensibility is an advantage but at the same time a punishment bacause it leads to constant discontent and to the fear that the work done is not as good as the original. As far as I’m concerned, being a poet let me choose the author to translate in accordance with my passions.

How did James Joyce revolutionize Literature?

James Joyce’s innovation is mostly linguistic and not structural. It’s a revolution rooted in tradition, with the aim of refounding it; the knowledge of the foundations is unavoidable in order to propose something new. This approach was not adopted by Futurists, who unlike Joyce got rid of tradition where creating their new leterary model. As regards Ulysses, Joyce retained the structure of the nineteenth century novel, also as far as dialogues are concered, except for Molly’s final soliloquy. From a linguistic point of view, he created a mixhure of varied different languages ( Irish, Italian, French, Latin), for an uninterrupted stream of words to come out and to grab the reader’s attention and engage him as part of it.

Intervista a Alessandro Ceni

Come rivoluzionò James Joyce la letteratura?

L’innovazione di James Joyce è soprattutto linguistica e non strutturale. È una rivoluzione che ha radici nella tradizione, con il fine di rifondarla; imprescindibile è la conoscenza delle fondamenta, per poter proporre qualcosa di nuovo, così non accadde per il Futurismo, fenomeno che si esaurì in breve tempo, poiché tagliò definitivamente le radici.
Ritornando all’Ulysses, Joyce mantenne la struttura del romanzo ottocentesco, anche per quanto riguarda i dialoghi, tranne che per il monologo finale di Molly.
Da un punto di vista linguistico, creò un “impasto” di tante lingue diverse (irlandese, italiano, francese, latino), per far sì che ne uscisse un flusso continuo di parole che catturassero il lettore e lo portassero dentro fino a sentire di farne parte.

L’essere “un poeta prestato alla traduzione” influisce sulla sua attività?

Noi poeti abbiamo una marcia in più rispetto ai traduttori perchè cogliamo più facilmente le sfumature, ritmo, e musicalità di un testo. Questa raffinata sensibilità è un vantaggio ma anche una condanna, perchè porta alla costante insoddisfazione e al timore che il lavoro svolto non sia all’altezza dell’originale.
Nel mio caso, l’essere poeta mi ha permesso di scegliere gli autori da tradurre in base alle mie passioni.

Come spiega la scelta del titolo “Ulysses”?

Odissea della lingua. Atto eroico di esistere (ognuno eroe della propria vita.)