GIORGIO MANACORDA : INCONTRARE PASOLINI

Come ha conosciuto Pasolini?

“Io ho incontrato Pasolini, sono stato uno di quelli che l’ha incontrato. Lo conobbi durante un’occasione pubblica. Io, mio fratello e un mio amico avevamo fondato un’associazione, La nuova resistenza, per recuperare i valori della resistenza e mettere al centro l’antifascismo. Nella sede di Roma si facevano degli incontri e io invitai Pasolini. Fu un bellissimo incontro ma io avevo n secondo fine: scrivevo poesie e volevo sapere se valessero qualcosa. Io timidamente gli chiesi se potevo mandargliene alcune, lui mi disse di sì e il giorno dopo lo feci.  Alcuni giorni mi telefonò e mi disse di andare a casa sua e sono andato da lui con la mia 500 attraversando Roma. E’ così che cominciò il nostro rapporto che è durato qualche anno. Io scrivevo poesie e le portavo a lui. Parlavamo di tutto ma tra di noi c’erano anche dei silenzi bellissimi.”

Cosa ne pensa lei del rapporto profondo che ebbe Pasolini con la madre Susanna Colussi?

“Il rapporto di Pasolini con la madre era un rapporto strettissimo. I due negli anni 50 lasciarono insieme il Friuli ed andarono a Roma. Lei rappresentava il centro emotivo della sua vita: con il padre Carlo non aveva rapporti mentre il fratello partigiano era morto. Susanna interpreta la Vergine ne Il Vangelo secondo Matteo, ciò dimostra come Pasolini si identificasse con la figura del Cristo tanto che la sua vita è sempre stata un continuo crocifiggersi come dimostrato dai suoi atteggiamenti quasi masochisti.”

Cosa ne pensa di Pasolini come poeta, dato che tra noi giovani è ricordato soprattutto come regista  critico e intellettuale e non come scrittore?

Io sono stato completamente affascinato dalla sua poesia per tanti anni, poi ad un certo punto ho incominciato a pensare che forse c’era qualcosa che non andava. Secondo me, Pasolini come poeta è molto meno grande di quanto abbiamo pensato. A Pasolini sta succedendo la stessa cosa che è successa D’Annunzio, personaggio famosissimo in vita ma meno grande di quanto pensiamo.
Il problema di Pasolini poeta è che è un poeta “fluviale”, scrive poemetti che non sa tagliare. E’ strano perchè i poeti tendono alla sintesi. Pasolini mi cade. E’ un poeta che ha bisogno di essere tagliato. Io ho scritto delle poesie a Pasolini e lui me ne ha scritta una che poi io ho trovato nelle “opere complete”. Lui mi scrive una poesia che non pubblica perchè ci sono quattro versi che andavano tagliati.

DUE PAROLE AL RAGAZZO MANACORDA

Due parole, ingenue, al ragazzo Manacorda
C’è una gioia quasi sconosciuta,
a noi uomini, o competenti, o addetti
comunque ai lavori della “presenza del fuoco”:
una gioia che ha, certamente, qualcosa di divino,
lo so, quella che fa sentire vicino quell’estraneo
che è il padre, in certi momenti, ai figli,
scoprendoli in questo… come si scopre
la bellezza di un rigagnolo d’acqua, una pianta,
in qualche vecchio paesaggio…
Ecco, in questa contemplazione di un miracolo,
di cui si può dire soltanto che c’è,
c’è sempre stato, e anch’esso passerà,
con le altre cose della vita – c’è quella gioia.
Sentirsi complici, o addirittura coautore di cose belle!
Soprattutto quando son opera di un ragazzo;
il che significa che il resto della vita
è in agguato, fresco, oltre ogni possibile sogno.

Se avesse tagliato le sue poesie, sarebbe più grande come poeta. La poesia non perdona.
Credo che lui sia un poeta, con la testa del poeta, con un numero rilevante di poesie, però secondo me è meno grande di altri.

Dopo circa 50 anni dagli avvenimenti del ’68, pensa che la posizione di Pasolini riguardo agli scontri di Valle Giulia possa ritenersi ancora valida?

E’ difficile rispondere a questa domanda perché dovrei dire ciò che penso avrebbe detto Pasolini, una cosa che non mi piace fare, ma che molti hanno fatto e fanno. Infatti il modo di procedere quasi ” poetico” di Pasolini è stato preso anche per profetico ed è stato utilizzato, dopo la sua morte, politicamente dalla destra estrema. Pasolini era un genio, personaggio anomalo e geniale, che è stato più poeta quando non faceva poesia che quando le scriveva e questo lo ha portato ad essere un’icona. Leggendo i suoi scritti si crede che avesse già capito tutto ella mutazione antropologica,  culturale e sociale che poi c’è stata. Ma in realtà non è così, poiché la mutazione che vedeva Pasolini era una mutazione dentro un sistema di idee e non poteva prevedere che questa mutazione, che c’è stata, fosse una mutazione anche tecnologica. Il mondo è cambiato, perché da un tecnologia hard, che era il mondo di Pasolini, siamo passati ai softwere, al digitale quindi alla globalizzazioni. Lui aveva capito che il proletariato, con la rivoluzione industriale, stava diventando borghese e che quindi cambiava l’orizzonte dei valori, ma questa era una mutazione sociale sotto gli occhi di tutti e che Pasolini ha estremizzato schierandosi contro la tecnica e riuscendo a rimettere in gioco un mondo di mitologie che stava scomparendo.”

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GIORGIO MANACORDA

Giorgio Manacorda ha insegnato letteratura tedesca all’Università della Calabria e all’Università della Tuscia. Ha scritto vari saggi su autori di lingua tedesca (da Goethe a Heiner Müller passando per Hofmannsthal, Roth, Kafka, Bachmann e altri), si è occupato e  si occupa di poesia italiana contemporanea. Ebbe un importante rapporto personale con Pier Paolo Pasolini che presentò le sue opere su Paragone scoprendolo difatti come poeta. Lo stesso Pier Paolo Pasolini descrive in una lettera a Nenni il rapporto con Manacorda, fondamentale anche per la lavorazione della pellicola Il Vangelo secondo Matteo. Infatti fu Giorgio Manacorda che convinse il recalcitrante Enrique Irazoqui ad accettare di interpretare il ruolo di Cristo nel film di Pasolini.

E’ stato finalista al Premio Strega 2012 con Il corridoio di legno edito dalla Voland. Come giornalista ha collaborato con La Stampa, La Repubblica, altri quotidiani e settimanali. Ha condotto alcuni programmi radiofonici di Radio Rai: Il Paginone, Note azzurre, Lampi. Dal 2013 al 2015 è stato presidente dell’Istituto Italiano di Studi Germanici. Ha fondato e diretto l’Annuario della poesia (1994-2011), editori: Castelvecchi, Gaffi, Perrone.

BIANCAMARIA FRABOTTA: SPIEGARE LA POESIA APOLIDE DI AMELIA ROSSELLI

Noi ragazzi della 4C linguistico abbiamo partecipato il giorno 18 ottobre 2018 all’incontro, che ha avuto luogo presso il saloncino della musica della fondazione Cassa di Risparmio con Biancamaria Frabotta. Abbiamo curato personalmente l’evento, accogliendo i ragazzi e i professori delle scuole presenti.
La poetessa, affiancata dal curatore dell’evento Giuseppe Grattacaso, ha tenuto una lezione con alcune scuole superiori di Pistoia sulla poesia apolide di Amelia Rosselli. Biancamaria Frabotta ha introdotto la figura della poetessa, partendo dalla biografia per poi contestualizzare la sua produzione lirica.
Nell’ultima parte dell’incontro il professor Grattacaso ha lasciato la parola a noi ragazzi della 4C linguistico per intervistare la poetessa romana.

A che età ha sentito l’esigenza di scrivere poesie per la prima volta?
“Ho scritto la mia prima poesia all’età di 18 anni. Mio padre lavorava alla banca d’Italia a Roma che offriva la possibilità di scrivere poesie su un libretto. Io ho pubblicato la mia prima poesia così, che era più come un gesto d’amore verso mio padre che l’esigenza di scrivere vera e propria.”

In questo ultimo periodo è stato denunciato un comportamento sessista all’interno dell’università di Pisa. Cosa ne pensa lei a riguardo, poiché è stato dichiarato che è molto difficile per una donna riuscire ad accedere alle cariche universitarie, considerando che solo un docente su sette è una figura femminile? Inoltre, secondo lei, c’è mai stata una discriminazione nei confronti delle donne in poesia?
“Quando mi laureai nel 1969, mi venne in mente di scrivere un’antologia e chiamarla “Donne in poesia”, la prima antologia che si faceva in Italia nel dopoguerra. Avevo studiato molto e volevo scrivere un’antologia su tutte le poetesse italiane. Ero una ragazzina, certo, ma volevo riuscirci e chiesi a Dacia Maraini di accompagnarmi in questa strada. Tutti gli editori risposero di no, così tutto il materiale che avevo raccolto lo spedii in America, alle mie amiche italianiste e dissi loro di usarlo. Uscì in America “The Defiant Muse”, un bellissimo libro ancora in uso nelle università. Questo era il clima di allora. Ma secondo voi oggi qualcosa è cambiato? Se ne vedono tantissime ora di antologie di poesie di donne, ma ancora tutti storcono il naso. Le cose vanno così. Il rettore dell’Università di Pisa ha ragione: le donne che escono dall’università e arrivano al culmine della loro carriera sono un numero bassissimo. Quindi, sì, in Italia le donne sono ancora discriminate.”

Cosa si intende per poesia apolide?
“Per apolide si intende colui che non è cittadino di alcuno stato, senza patria. Amelia Rosselli è certamente stata un’apolide.”
È così che Biancamaria Frabotta risponde alla domanda che apre l’incontro. La poetessa romana ci aiuta a sciogliere il nostro dubbio facendo parallelismi con i vari tratti che hanno caratterizzato la vita della Rosselli, partendo proprio dalla sua biografia. Amelia Rosselli non può seguire studi regolari, poiché costretta a trasferirsi con la propria famiglia dalla Francia, luogo in cui è nata, all’Inghilterra, potendo così acquisire la padronanza di tre lingue, ovvero italiano, francese e inglese. È proprio per questa sua formazione internazionale che Amelia Rosselli risulta estranea alla tradizione poetica italiana. Diretta conseguenza del trilinguismo vissuto quotidianamente è il linguaggio frammentato ed oscuro, arricchito da vocaboli provenienti da altri idiomi. Questo tratto così apolide sarà, poi, discusso nuovamente da Pasolini che arriva a definire la sua scrittura come una ‘scrittura di lapsus’ cioè fatta di versi composti con distrazione, caratterizzati da una grammatica di errori nell’uso delle consonanti e delle vocali.

Quali conseguenze ha avuto l’instabilità mentale della poetessa nella sua poesia ?
Amelia è malata, è affetta da schizofrenia. Nella scrittura delle poesie, infatti, queste devono avere la forma dal punto di vista grafico di un testo coeso. La poetessa, infatti, fissava un punto sul foglio bianco nel quale dovevano rientrare i suoi versi. Questa passava anche al verso successivo spezzando il significato della frase, pur di far rientrare la poesia all’interno di questa forma. Poco dopo la morte del padre, muore anche la madre di Amelia. La poesia di Amelia è come uno specchio che riproduce i cambiamenti della sua personalità. Nonostante le continue perdite e la malattia, Amelia continua a scrivere, fino a quando la sua carriera da scrittrice non arriva al termine a causa della sua morbosa ossessione che la CIA la stesse controllando e che la portò anche al suicidio nel 1996, gettandosi dalla finestra di casa sua a Roma.”

Che influenza ha avuto Rocco Scotellaro nella poesia di Amelia Rosselli ?
“Nel 1950 Amelia conosce Rocco Scotellaro. Lei ha vent’anni, lui ventisette. Tra i due s’instaura presto un’amicizia che è più di un’amicizia. Entrambi scrivono. Lui, da dopo aver abbandonato la politica da socialista a causa dell’accusa di peculato e dopo l’esperienza in carcere, scrive della propria terra, la Lucania. Amelia non apprezza le poesie di Rocco, ma lo aiuta nella composizione di Contadini del Sud e influenzerà la sua lirica. Rocco insegna di nuovo il dolore alla giovane Amelia. Con la morte di Scotellaro, avvenuta a trent’anni, Amelia inizia a identificarsi con Rocco, esattamente come successe anni prima quando la madre morì, e lei cominciò a farsi chiamare Marion. È proprio da questa identificazione che nasce Cantilena (poesie per Rocco Scotellaro), i primi testi della Rosselli in italiano, che aveva scritto in lingua inglese e francese per tutti gli anni precedenti. Grazie a Rocco, quindi, Amelia sceglie l’italiano per la prima volta.”

Quale impatto ebbe la figura del padre nella vita della Rosselli?
“Carlo Rosselli ebbe una forte influenza sulla vita della figlia. Fu un attivista e nel 1929 fondò a Parigi il movimento antifascista Giustizia e Libertà. Fu assassinato insieme al fratello Nello nel 1937 probabilmente da sicari francesi che erano stati informati sul percorso dei fratelli Rosselli. La giovane Amelia fu fortemente impressionata più di ogni altra cosa dalla morte del padre: si dice, infatti, che la madre abbia mostrato ai figli i cadaveri del padre e dello zio. La perdita subita dalla Rosselli provocò in lei un profondo sconforto che influenzerà il suo modo di scrivere e sarà ben evidente nelle sue opere.”