Pelliti ci racconta Zavattini

La mattina di Venerdì 22 Novembre 2019  si è tenuto un incontro con il critico letterario Matteo Pelliti presso il Saloncino della Musica, rivolto agli studenti degli istituti superiori di Pistoia. L’incontro si è sviluppato attorno alla figura di Cesare Zavattini, scrittore e sceneggiatore emiliano esponente del neorealismo: una corrente letteraria affermatasi in Italia attorno agli anni ’40,  i cui temi principali riguardano gli avvenimenti legati alla Seconda Guerra Mondiale.

Dopo aver fatto un rapido excursus della vita dell’autore, Pelliti ha analizzato le tematiche trattate nelle opere di Zavattini, soffermandosi sul suo primo romanzetto “Parliamo tanto di me”, pubblicato nel 1931. Il libro ha riscosso un grande successo grazie alla sua originalità, infatti Zavattini cerca di raccontare la realtà in modo surreale, non facendone una trasposizione fedele ma mettendo un pizzico di fantasia nell’evidenziarne i principi cardine. Utilizzando questo “realismo fantasy” e una punta di umorismo, Zavattini segue e racconta le storie di ogni singolo individuo, in quanto ognuna di esse contiene una sua propria “ricchezza”.

Un altro dei suoi più grandi successi letterari è la raccolta di racconti intitolata “Io sono il Diavolo”, in cui si percepisce una sorta di violenza latente che lascia trasparire la fatica e l’angoscia dovute alla Seconda Guerra Mondiale.

Nel 1934  Zavattini fa il suo esordio nel  mondo del cinema; successivamente conosce il regista Vittorio De Sica, con il quale collabora alla realizzazione di alcuni celebri film, tra cui “Miracolo a Milano” e “Ladri di biciclette”. Nelle sue opere cinematografiche Zavattini riprende alcuni dei personaggi e delle tematiche utilizzati nei suoi libri: ancora una volta si concentra sulla storia di ogni singolo uomo, ingaggiando persone comuni affinché la recitazione sia il più possibile aderente  alla realtà. Spesso propone film dai toni disperati che rispecchiano la condizione dell’Italia dopo la Guerra, e interamente giocati sull’umanità e i rapporti tra gli uomini.

Al termine dell’incontro, il critico Matteo Pelliti ci ha rivelato la sua ammirazione per l’autore emiliano, considerandolo un’eredità, vista la sua sensibilità verso la realtà che lo circonda. Parlando di sé, inoltre, si è definito un dilettante in tutto ciò che fa, poiché trova divertimento nello svolgere la sua professione.

   

 

Svevo, Moravia e il desiderio

La mattina di martedì 8 ottobre si è tenuto un incontro con il critico letterario Matteo Marchesini, rivolto agli studenti degli istituti superiori della città di Pistoia. L’incontro “Svevo, Moravia e il desiderio” verteva sul tema del desiderio, analizzato principalmente attraverso le opere dei due narratori Italo Svevo e Alberto Moravia, che del desiderio hanno fornito nelle loro opere interpretazioni differenti. 

Italo Svevo interpreta il desiderio come un’ambizione, un’aspirazione a obiettivi che si dimostrano inafferrabili. In “Senilità”,il secondo romanzo dell’autore, il protagonista Emilio Brentali si innamora di Angiolina, una donna che lui crede innocente e leale, ma che con il passare del tempo si rivela falsa e volgare; nonostante ciò Emilio continua a cercarla perché ha creato nella propria mente un’idea di lei perfetta, ma utopistica. Al termine del romanzo avviene la fuga di Angiolina, che rappresenta l’idea fondamentale su cui si basa l’opera: l’inafferrabilità della realtà. Marchesini cita inoltre un autore al quale Svevo si è ispirato, Robert Musil, autore dell’opera “L’uomo senza qualità”, che introduce il tema dell’uomo colto, dotato di un ricco bagaglio di qualità umane, ma incapace di metterle in pratica per formare il proprio carattere ed adattarsi al mondo esterno. A tale romanzo si rifà la figura “dell’inetto” creata da Svevo; come Emilio che ha grandi doti ed aspirazioni letterarie, ma non è capace di impiegarle, e Zeno, il quale vuole fortemente smettere di fumare, ma trascorre l’intera vita fumando “l’ultima sigaretta”. 

A differenza di Svevo, lo scrittore alberto Moravia descrive il sentimento del desiderio come una mania ossessiva. Nella sua opera “Gli Indifferenti” Moravia descrive i personaggi principali come persone così intrappolate da illusioni e menzogne da non essere in grado di concepire la realtà oggettiva. Infatti, dopo aver cercato invano attraverso una ricerca ossessiva di inserirli nella realtà, smettono i loro tentativi e assistono passivamente ad essa semplicemente accettandola. I sentimenti di “noia” e “nausea”, come fa notare Marchesini, sono elementi che accompagnano e caratterizzano l’atteggiamento dei protagonisti. La noia è spiegata da Marchesini come una specie di inadeguatezza alla realtà, mentre la nausea, sentimento ripreso dall’autore Jean Paul Sartre, si manifesta come una perdita di significato della realtà circostante e si trasforma in insignificanza. In questo modo Moravia descrive un’umanità nullafacente caratterizzata da una profonda reticenza verso la vita. 

Foto da Fede#58Matteo Marchesini e Giuseppe Grattacaso  –  Piccolo Teatro Bolognini,  08 ottobre 2019

Biografia di Valerio Magrelli

Valerio Magrelli è nato a Roma nel 1957. Traduttore e saggista, è ordinario di Letteratura francese all’Università di Cassino. Ha pubblicato Ora serrata retinae (Feltrinelli, 1980), Nature e venature (Mondadori, 1987), Esercizi di tipologia (Mondadori, 1992). Le tre raccolte, arricchite da versi successivi, sono poi confluite nel volume Poesie (1980-1992) e altre poesie (Einaudi 1996). Sempre per Einaudi sono usciti Didascalie per la lettura di un giornale (1999) e Disturbi del sistema binario (2006). Fra i suoi lavori critici, Profilo del dada (Lucarini 1990, Laterza 2006), La casa del pensiero. Introduzione all’opera di Joseph Joubert (Pacini 1995, 2006), Vedersi vedersi. Modelli e circuiti visivi nell’opera di Paul Valéry (Einaudi 2002, L’Harmattan 2005) e Nero sonetto solubile. Dieci autori riscrivono una poesia di Baudelaire (Laterza 2010). Ha diretto per Einaudi la serie trilingue della collana «Scrittori tradotti da scrittori». Tra i suoi lavori in prosa: Nel condominio di carne (Einaudi 2003), La vicevita. Treni e viaggi in treno (Laterza 2009), Addio al calcio (Einaudi 2010), Il Sessantotto realizzato da Mediaset (Einaudi 2011), Geologia di un padre (Einaudi 2013). È fra gli autori di Scena padre (Einaudi 2013). Nel 2014 ha pubblicato per Einaudi la raccolta di poesie Il sangue amaro. Nel 2002 l’Accademia Nazionale dei Lincei gli ha attribuito il Premio Feltrinelli per la poesia italiana. Collabora alle pagine culturali di «Repubblica» e tiene una rubrica sul blog il Reportage.

Translation into English of the interview with Alessandro Ceni

How do you explain the choice of the title “Ulysses”?
The title of the novel is an obvious reference to the ultimate western hero, Homer’s Ulysses. However the protagonist in far from the classic hero: he is the symbol of the modern man, locked in his insecurities. Therefore, Joyce catches the real human essence, in all of its shades, with a peculiar regard to daily life.
Meanwhile, author’s stylistic choices, alternation between what is comic and what is dramatic, make up a sort of Odissey of languages, which mostly underlines that heroic feeling that lies in what is generally seen as non-heroic: the ordinary existence .

Does being a poet committed to translation have an influence on his work?
We, poets, have an edge over translators because we are able to grasp the shades, the rhythm and musicality of a piece of literature more easily . This refined sensibility is an advantage but at the same time a punishment bacause it leads to constant discontent and to the fear that the work done is not as good as the original. As far as I’m concerned, being a poet let me choose the author to translate in accordance with my passions.

How did James Joyce revolutionize Literature?

James Joyce’s innovation is mostly linguistic and not structural. It’s a revolution rooted in tradition, with the aim of refounding it; the knowledge of the foundations is unavoidable in order to propose something new. This approach was not adopted by Futurists, who unlike Joyce got rid of tradition where creating their new leterary model. As regards Ulysses, Joyce retained the structure of the nineteenth century novel, also as far as dialogues are concered, except for Molly’s final soliloquy. From a linguistic point of view, he created a mixhure of varied different languages ( Irish, Italian, French, Latin), for an uninterrupted stream of words to come out and to grab the reader’s attention and engage him as part of it.

Intervista a Alessandro Ceni

Come rivoluzionò James Joyce la letteratura?

L’innovazione di James Joyce è soprattutto linguistica e non strutturale. È una rivoluzione che ha radici nella tradizione, con il fine di rifondarla; imprescindibile è la conoscenza delle fondamenta, per poter proporre qualcosa di nuovo, così non accadde per il Futurismo, fenomeno che si esaurì in breve tempo, poiché tagliò definitivamente le radici.
Ritornando all’Ulysses, Joyce mantenne la struttura del romanzo ottocentesco, anche per quanto riguarda i dialoghi, tranne che per il monologo finale di Molly.
Da un punto di vista linguistico, creò un “impasto” di tante lingue diverse (irlandese, italiano, francese, latino), per far sì che ne uscisse un flusso continuo di parole che catturassero il lettore e lo portassero dentro fino a sentire di farne parte.

L’essere “un poeta prestato alla traduzione” influisce sulla sua attività?

Noi poeti abbiamo una marcia in più rispetto ai traduttori perchè cogliamo più facilmente le sfumature, ritmo, e musicalità di un testo. Questa raffinata sensibilità è un vantaggio ma anche una condanna, perchè porta alla costante insoddisfazione e al timore che il lavoro svolto non sia all’altezza dell’originale.
Nel mio caso, l’essere poeta mi ha permesso di scegliere gli autori da tradurre in base alle mie passioni.

Come spiega la scelta del titolo “Ulysses”?

Odissea della lingua. Atto eroico di esistere (ognuno eroe della propria vita.)