Intervista a Nicola Fano

 

Come emerge il contrasto tra padri e figli nelle opere di Shakespeare ?
In un’ opera come l’ “Amleto” è particolarmente evidente il rapporto contrastato tra padri e figli, basti pensare al protagonista che vive come proiezione della vita del padre. Amleto,che non casualmente porta lo stesso nome del padre, dopo essere stato esortato dal fantasma di quest’ultimo, si sente in dovere di vendicarne la morte e rinunciare alle propri passioni per adempiere al suo dovere di figlio.
Oppresso dagli obblighi, Amleto lotta per differenziarsi e realizzarsi indipendentemente.

Com’era Shakespeare come padre?
Ebbe tre figli : Susanna, Judith e Hamnet. Lui detestava Judith, non voleva andare a scuola in quanto facoltativa per le donne. Il padre non le lasciò niente in eredità
In realtà Shakespeare era più figlio che padre e ciò emerge in Amleto che è la proiezione di se stesso.
Il padre, John Shakespeare, morì nello stessa anno della morte di Hamnet. Era un contadino diventato commercianti a Streadford e quando William andò a Londra, gli chiese di farlo diventare gentleman ma william non volle. Egli pensava che fosse simbolo di vanità poiché il titolo si trasmetteva di padre in figlio. Il padre insistette e un anno prima della sua morte ottiene il titolo.

È possibile definire Amleto come uomo rinascimentale?
Amleto è il massimo esempio dell’eroe rinascimentale . Anzi, è la quintessenza dell’uomo moderno , consapevole dei propri limiti , incertezze e fragilità.

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NICOLA FANO

Nato a Roma nel 1959, Fano ha sviluppato nel corso della sua vita un interesse per la letteratura che lo ha portato ad intraprendere la carriera giornalistica. Specializzatosi poi come storico ed autore teatrale ha pubblicato, tra le opere più importanti, “Le maschere italiane” (il Mulino, 2001), “La tragedia di Arlecchino” (Donzelli, 2012) ed ha curato “Teatro di varietà” di Ettore Petrolini per Einaudi. L’incontro mattutino è stato preceduto dalla presentazione del suo ultimo libro “Andare per teatri” (il Mulino, 2016) tenuta alla libreria Les Bouquinistes di via dei Cancellieri alle ore 18:00 di lunedì 9 ottobre. L’evento, curato dagli studenti dell’Istituto Pacini e dal professore Giuseppe Grattacaso in ambito del progetto Il Dolce Rumore della Vita, ha raccolto più di 300 prenotazioni. Si consiglia caldamente la partecipazione anche ai seguenti incontri finalizzati all’ampliamento delle conoscenze in ambito letterario.

Intervista a Silvia Zoppi Garampi

Crede che dedicarsi allo studio di un autore nello specifico come Ungaretti faccia si che chi scrive possa arrivare a “conoscere” quell’autore personalmente, fino a quasi sentirselo “amico”?
“Sì, succede, dovrebbe succedere e quando succede è un fatto positivo. Il tentativo di un avvicinamento è molto forte. Fortunatamente ho avuto Leone Piccioni, mio maestro e allievo di Ungaretti, come “médium”. Io Ungaretti lo avevo visto da ragazza alla televisione “all’Odissea”, aveva un maglione nero e “quella voce da paura” che ci faceva scappare ogni volta che lo sentivamo. Io consiglio sempre ai giovani di affrontare in maniera appassionata argomenti che piacciono per vivere questa sorta di transfert con l’autore che si studia, naturalmente, partendo sempre dalle carte e dallo studio di quello che un poeta scrive.”

Ungaretti visse la condizione di “naufrago” in modo positivo o negativo?
“Ungaretti si è sempre definito “uomo dei molti continenti”. Infatti, egli era cittadino di tre continenti diversi. L’America è quello “dell’umanità”, l’Europa quello “dell’anima” e l’Africa quello della sua origine. Per questa ragione, il poeta si sente “docile fibra dell’universo”. Egli rappresenta un “naufrago” positivo poiché, grazie alle sue molteplici esperienze vissute, riesce ad ambientarsi e trasformare la tristezza in energia poetica. Mentre Ungaretti fa della sua condizione una forza, il suo compagno di avventure Mohammed si toglie la vita. La sua storia è raccontata nella poesia “In Memoria”, grazie alla quale ancora oggi egli è ricordato. Mohammed diventa simbolo della crisi della società derivata dallo scontro ed incontro tra diverse culture. La voce di Ungaretti fa rivivere il ragazzo di Alessandria attraverso i suoi versi, in cui risuonano parole centrali come “suicida”, “patria”, “vivere” e “canto”.”                                                                                                                

Ungaretti scrive le sue prime poesie in guerra, nelle famose cartoline in franchigia. Pensa che se il poeta non avesse partecipato alla guerra, sarebbe diventato davvero poeta?
“Sicuramente per Ungaretti la guerra fu sollecitazione a scrivere, che gli creò varie situazioni ma allo stesso tempo ostacoli, soprattutto per la mancanza di strumenti pratici come la carta. Fu costretto a scrivere su cartoline, biglietti e, quindi, la precarietà della guerra lo indusse a scrivere versi precari, i cosiddetti versicoli. Non sappiamo come sarebbe stata la sua poesia in un contesto diverso, ma sarebbe stato comunque un poeta perché lui voleva diventarlo.”

Cosa porta Ungaretti ad utilizzare l’inchiostro verde nell’ultima fase delle sue lettere?
“Durante la prima guerra mondiale Ungaretti iniziò a scrivere lettere su cartoline in franchigia. All’inizio utilizzava l’inchiostro nero, non disponendo di altri colori in trincea; poi, quando ebbe la possibilità di scegliere, optò per il turchese. Successivamente, quando era ormai diventato un poeta affermato, iniziò ad utilizzare il colore verde. I motivi sono molteplici: il verde è il colore della speranza e lui era definito il poeta della speranza; lo faceva per un fattore estetico, per rendere le lettere più eleganti. Infine anche per distinguersi.”